Le microaggressioni: che cosa sono, come gestirle

Anche nel contesto di interazioni sociali apparentemente non ostili possono verificarsi degli scambi che feriscono: si parla in questo caso di microaggressioni, cioè comunicazioni quotidiane che, senza essere aggressioni esplicite, veicolano messaggi ostili e offensivi.
È un esempio di “microaggressione” utilizzare termini dispregiativi (si parla in questo caso di microassalti), fare commenti che sminuiscono l’altro (microinsulti, come lodare la guida di una donna sottintendendo che di solito le donne guidano peggio degli uomini), oppure fare interventi che non riconoscono il vissuto di un’altra persona (microinvalidazioni).
Caratteristiche delle microaggressioni
Il fatto che le microaggressioni non si manifestino come aggressioni vere e proprie rende ancora più difficile gestirle a livello emotivo per chi le subisce: possono sembrare complimenti o scherzi innocenti, ma sottintendono giudizi e pregiudizi, ed è difficile per chi le subisce rispondere senza dar l’idea di una reazione esagerata.
Spesso si lascia correre a lungo, salvo poi esplodere quando arriva “la goccia che fa traboccare il vaso”. In altri casi, la microaggressione funziona come il gaslighting: l’aggressore rifiuta di ammettere che la propria affermazione sia aggressiva, e sposta il problema su chi l’ha subita, tacciandolo di essere troppo sensibile, o addirittura un po’ “fuori di testa”. In questo caso, la vittima dubita anche di se stessa e della legittimità del proprio sentire.
Alle origini delle microaggressioni
Spesso chi perpetra la microaggressione è mosso da un proprio pregiudizio, e non da intenzioni apertamente malevole, ma la microaggressione nasconde un’aggressività rimossa, che torna e si manifesta, per così dire, mascherata.
Chi subisce la microaggressione si trova nella scomoda posizione di dover decifrare le reali intenzioni dell’interlocutore, di farsi domande su di sé (“sto esagerando?”) e di trattenere la risposta istintiva di stizza per non fornire all’altro altri argomenti di critica. È così che la vittima delle microaggressioni si trova esposta a una sorta di “trauma cumulativo”, cioè a una serie di piccoli eventi che, sommati gli uni agli altri, finiscono per avere un importante impatto negativo sulla persona.
Gli effetti psicologici delle microaggressioni
Essere esposti alle microaggressioni fa dubitare di se stessi e abbassa l’autostima. Induce a essere iper-vigilanti rispetto agli stimoli esterni e a sviluppare ansia. L’esposizione prolungata a questi comportamenti può portare a vissuti depressivi e a una situazione di stress che spinge all’evitamento delle situazioni “a rischio” e a forme di ritiro sociale. Quando le microaggressioni si manifestano sul luogo di lavoro, la motivazione scende e il burn out diventa un rischio concreto.
Microaggressioni sul lavoro, come gestirle
Un ambito nel quale l’esposizione alle microaggressioni può essere particolarmente gravoso è proprio quello lavorativo, dove da un lato è più difficile sottrarsi a chi utilizza questo tipo di comportamenti, e dall’altro gli effetti sono amplificati per via dell’importanza che la dimensione rofessionale riveste a livello identitario nella vita delle persone.
Un grande classico del cinema italiano, “Fantozzi” (1975), mette in scena le vessazioni sul lavoro in maniera caricaturale e apparentemente comica, ma in realtà potentemente drammatica: il ragionier Fantozzi (interpretato da Paolo Villaggio), schiacciato da imposizioni e continue svalutazioni, in un progressivo annichilimento di sé, soffoca la sua rabbia in una compiacenza masochistica.
Se la rappresentazione che Paolo Villaggio dà del lavoratore schiacciato dal sistema è iperbolica e farsesca, non si può negare che rappresenti efficacemente i rischi ai quali si può essere esposti in azienda. Tuttora capita in ogni genere di ambiente di lavoro che chi occupa una posizione gerarchicamente superiore o chi può contare su una certa anzianità faccia pesare la propria posizione.
Spesso nel contesto lavorativo le microaggressioni sono tese a svalutare e delegittimare l’altro. In molti casi ne fanno le spese le donne: in alcuni contesti (specie in piccole aziende) ci si aspetta che si occupino di offrire caffè o fare fotocopie, anche se questi compiti non rientrano nelle loro mansioni. In situazioni nelle quali si trovano in relazione con il pubblico, a volte non vengono riconosciute nel loro ruolo come i colleghi maschi (al medico uomo ci si rivolge con l’epiteto di “dottore”, al medico donna con il termine “signora”).
Nelle aziende più strutturate le policy organizzative dovrebbero teoricamente mettere al riparo da questi rischi, ma spesso la realtà è diversa.
È fondamentale imparare a rispondere alla microaggressione con fermezza, chiedendo chiarimenti rispetto all’affermazione aggressiva, se possibile, puntando sull’alleanza coi colleghi.
Quel che conta è non lasciarsi mettere in discussione e rifiutare quelle dinamiche che fanno sentire svalutati e aggrediti; il ricorso a una psicoterapia può essere prezioso per permettere di inquadrare gli eventi e di fare chiarezza su dinamiche spesso nebulose e confuse e per trovare le risorse per reagire.
Se desiderassi contattarmi per iniziare un percorso di psicoterapia, compila il form di contatto.
Dr.ssa Sara Pagani - Centro Clinico SPP Milano dell'età adulta
