La mentalizzazione: immergersi nelle profondità della mente

La mentalizzazione rappresenta una funzione fondamentale della mente e può essere considerata come il punto di incontro tra prospettive teoriche differenti, accomunate dall’interesse per i processi attraverso cui le persone danno significato alle proprie esperienze.

Psicologi, psichiatri, psicoanalisti, teorici dell’attaccamento, terapeuti cognitivi e neuroscienziati, infatti, non solo hanno approfondito e arricchito lo studio della capacità di mentalizzare da prospettive differenti, ma ne hanno anche riconosciuto il valore teorico e l’importanza clinica.

Fonagy e Bateman, tra i principali autori che hanno contribuito alla definizione e allo sviluppo del costrutto, hanno definito la mentalizzazione come la capacità di comprendere gli stati mentali, propri e altrui, sottostanti i comportamenti: “La mentalizzazione è una forma di attività mentale immaginativa, che consciamente o inconsciamente ci permette di percepire e interpretare il comportamento umano in termini di stati mentali intenzionali”.

Questa competenza, che ci accompagna in gran parte delle interazioni quotidiane con l’Altro, è “automatica”: è attiva anche quando non siamo consapevolmente o intenzionalmente impegnati a riflettere sugli stati mentali.

Attraverso la mentalizzazione è possibile “immergersi nelle profondità della mente”: quando mentalizziamo, infatti, non ci limitiamo a porre attenzione su ciò che accade all’esterno, ma cerchiamo di comprendere quali vissuti psicologici, quali pensieri, desideri ed emozioni possano aver dato origine ad un determinato comportamento. Mentalizzando, possiamo dare un senso e un significato più profondo alle esperienze che viviamo: la capacità di riflettere sugli stati mentali aiuta a costruire e mantenere relazioni più stabili e soddisfacenti con l’Altro e a sviluppare un senso di sé più solido e integrato.

1. Lo sviluppo della mentalizzazione

La mentalizzazione non è una capacità innata, ma il risultato di un processo evolutivo graduale che si sviluppa nel corso dell’infanzia: prima di acquisire la capacità di comprendere il comportamento in termini di stati mentali il bambino attraversa, infatti, modalità di funzionamento più primitive, che vengono via via integrate anche attraverso l’esperienza relazionale con l’Altro.

Lo sviluppo della mentalizzazione è influenzato da diversi fattori, alcuni dei quali innati e temperamentali, altri di natura più relazionale, ambientale e sociale: tra questi ultimi, la qualità delle relazioni di accudimento primarie riveste senza dubbio un ruolo fondamentale.

Secondo la teoria dell’attaccamento, una relazione primaria “sufficientemente buona”, caratterizzata da sensibilità, disponibilità emotiva e rispecchiamento, favorisce uno sviluppo cognitivo, emotivo e sociale positivo e una maggiore capacità di resilienza.

I teorici della mentalizzazione si sono ulteriormente soffermati sull’importanza di questo legame, sottolineando come l’interesse per la propria mente e per quella degli altri (e, soprattutto, la capacità di comprenderle), nasca proprio all’interno delle prime relazioni di attaccamento: è infatti attraverso l’interazione con un caregiver capace di accogliere, contenere e dotare di significato le sue emozioni, i suoi desideri e le sue intenzioni, che il bambino può progressivamente imparare a riconoscere e regolare i suoi stati interni e a trasformarli in esperienze pensabili e rappresentabili.

Questo processo è reso possibile dalla funzione riflessiva genitoriale, cioè della mentalizzazione del genitore, ovvero dalla capacità di quest’ultimo di considerare il bambino come una persona dotata di una mente propria e di interpretarne il comportamento alla luce degli stati mentali sottostanti. La capacità dei genitori di “tenere a mente la mente del bambino” permette al neonato, al bambino e all’adolescente di acquisire la capacità di osservare la propria mente dall’interno e quella degli altri dall’interno: possiamo, infatti, riconoscere noi stessi come “esseri mentali” solo quando l’Altro ci riconosce e interagisce con noi come soggetti mentali dotati di intenzionalità.

1.1 Le modalità pre mentalizzanti

Come sottolineato, lo sviluppo della mentalizzazione non è immediato, automatico, ma segue un percorso graduale e rappresenta il risultato finale di modalità di funzionamento più primitive. Prima che la capacità di mentalizzazione sia pienamente acquisita, infatti, il bambino organizza la propria esperienza attraverso una serie di modalità di funzionamento che Fonagy ha definito “modalità prementalizzanti”: la modalità teleologica, la modalità dell’equivalenza psichica e la modalità del far finta.

  • - Modalità teleologica: è una sorta di “pensiero concreto” in cui gli stati mentali, le intenzioni, i sentimenti e le emozioni vengono riconosciuti solo se trovano conferma inazioni concrete e osservabili nella realtà fisica.
  • - Modalità dell’equivalenza psichica: il mondo interno coincide con quello esterno e ciò che il bambino pensa (o prova) è vissuto come reale. Non c’è alcuna distinzione tra una dimensione soggettiva e la realtà oggettiva.
  • - Modalità del far finta: il mondo interno, le fantasie i pensieri e le emozioni risultano scollegate dalla realtà esterna e dall’esperienza concreta.

La piena mentalizzazione emerge quando queste modalità vengono progressivamente integrate e viene acquisita la capacità di comprendere che i pensieri, le emozioni, i desideri e le convinzioni sono rappresentazioni soggettive della realtà e non la realtà stessa: diventa così possibile rivolgersi al mondo interno ed esterno e guardare alle relazioni con l’Altro attraverso una visione più ampia e complessa, che prevede un’idea più flessibile, più ricca ed articolata di sé stessi e degli altri.

2. Un concetto multidimensionale

La mentalizzazione è un concetto multidimensionale, non rappresenta un’unica abilità, ma un insieme di processi mentali distinti ma collegati tra loro: tali processi socio-cognitivi sono riconducibili e sintetizzabili in quattro componenti, che si sviluppano lungo un continuum tra due poli. Mentalizzare, vuol dire riuscire a “muoversi” in modo flessibile, oscillando continuamente lungo questo continuum.

  • - Mentalizzazione automatica (implicita) / mentalizzazione controllata (esplicita): la mentalizzazione automatica si sviluppa precocemente e comporta un’elaborazione rapida (e più superficiale) che non richiede quasi nessuna attenzione, intenzione, consapevolezza o sforzo. La mentalizzazione controllata, invece, emerge con il progredire dello sviluppo e rappresenta un processo più lento e preciso, che richiede la capacità di riflettere in maniera consapevole e deliberata e permette spesso di correggere le prime interpretazioni, basate esclusivamente su automatismi.
  • - Sé/Altro: riguarda la direzione della mentalizzazione, che può essere rivolta a sé stessi o agli altri. La capacità di mentalizzare sé stessi si sviluppa in modo reciprocamente interconnesso con la capacità di mentalizzare gli altri, così che uno squilibrio da un polo, comporta una vulnerabilità nell’altro.
  • - Mentalizzazione cognitiva/mentalizzazione affettiva: la mentalizzazione cognitiva implica la capacità di nominare e ragionare sugli stati mentali, cioè la capacità di riconoscere la loro natura rappresentazionale. La mentalizzazione affettiva, invece, riguarda la possibilità di entrare in contatto, comprendere ed esprimere le emozioni, integrandole alla comprensione di sé stessi e dell’Altro.
  • - Dimensione interna/dimensione esterna: una buona mentalizzazione prevede equilibrio e flessibilità tra le informazioni che noi traiamo dall’interno e dal mondo esterno relativamente ai nostri ed altrui stati mentali e comportamenti.

3. Mentalizzazione e psicoterapia: la MBT

La capacità di comprendere e interpretare gli stati mentali rappresenta una competenza fondamentale e trasversale a tutti gli esseri umani, anche se può esprimersi attraverso modalità qualitativamente differenti tra individui diversi. Non si tratta, inoltre, di qualcosa di stabile e “definitivo”, ma di un’abilità che continua ad evolversi e a modificarsi durante l’intero arco della vita in relazione a contesti e a stati emotivi differenti.

Lo stesso individuo, infatti, può essere in grado di mentalizzare nella maggior parte delle situazioni, ma incontrare improvvisamente difficoltà in un momento specifico della vita, quando per esempio vive esperienze emotivamente intense o relazioni complesse con l’Altro. In queste circostanze, la capacità riflessiva può temporaneamente ridursi, rendendo più difficile comprendere ciò che accade nella propria mente e in quella dell’Altro e portando il soggetto a “rifugiarsi” in modalità di pensiero prementalizzanti.

Sebbene sperimentare temporanee difficoltà nella comprensione degli stati mentali sottostanti i comportamenti rientri nel normale funzionamento psicologico di ognuno di noi e non costituisca una condizione patologica, deficit più stabili e severi nella capacità di mentalizzare sembrano invece associati a diverse forme di psicopatologia. In particolare, problemi nella regolazione delle emozioni, nell’organizzazione identitaria e nelle relazioni hanno spesso come comune denominatore una ridotta capacità di rappresentare, interpretare e comprendere gli stati mentali.

Proprio a partire da queste considerazioni, negli anni Novanta Fonagy e Bateman hanno sviluppato il Mentalization-Based Treatment (MBT), un modello di psicoterapia che integra la teoria dell’attaccamento, la psicoanalisi contemporanea, la psicologia dello sviluppo e le evidenze della ricerca empirica. La MBT è stata inizialmente concepita per il trattamento del disturbo di personalità borderline, in cui la capacità di mentalizzazione risulta fortemente compromessa e instabile: la perdita della capacità di riflettere sui propri e altrui stati mentali porta spesso questi pazienti ad agiti e disregolazione emotiva, nonché a importanti difficoltà interpersonali.

La MBT è stata utilizzata, con il tempo, anche in numerosi altri contesti clinici, in particolare per il trattamento di diversi disturbi di personalità, disturbi dell’umore, disturbi del comportamento alimentare e traumi relazionali.

Da un punto di vista clinico, utilizzare la MBT significa mantenere costantemente l’attenzione, durante la terapia, sul funzionamento mentale del paziente e, in particolare, sulle modalità con cui interpreta le proprie esperienze personali ed attribuisce significato ai suoi comportamenti e a quelli degli altri. L’obiettivo è quello di rafforzare la capacità di mantenere un atteggiamento riflessivo, in particolare nei momenti di maggiore attivazione emotiva. Nel corso della terapia, il clinico assume una posizione di autentica curiosità e cerca di aiutare il paziente ad esplorare i molteplici e possibili significati delle sue esperienze interne ed esterne, senza fermarsi “alla prima meta”.

4. Conclusioni

Promuovere la mentalizzazione in psicoterapia significa sostenere lo sviluppo della capacità riflessiva, ovvero guidare il paziente nell’osservare le proprie emozioni e nel comprendere la complessità delle relazioni e dei comportamenti, propri ed altrui.

Come i sub che si immergono sotto la superficie del mare per scoprire mondi nascosti, anche sapere mentalizzare ci permette di andare oltre ciò che appare, esplorando le profondità della mente: ci consente di scendere sotto la uperficie delle parole e dei comportamenti, per incontrare i mondi invisibili (e possibili) del pensiero, delle emozioni e delle intenzioni.

Desiderate contattarmi per una seduta? Compilate il form di contatto oppure chiamate il nr. verde 800198006.

Dr.ssa Annalisa Mazza - Centro Clinico SPP Milano età adulta