Obesità e fame d'amore

L’obesità, una condizione complessa e multifattoriale, rappresenta oggi una delle sfide sanitarie e sociali più rilevanti. Sebbene l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) la definisca come una condizione epidemiologica in continuo aumento, o più precisamente “che sta avendo una espansione pandemica”, spesso viene ridotta a un semplice problema nutrizionale o medico, senza considerare adeguatamente le sue profonde radici psicologiche.

Esplorando questo fenomeno attraverso una prospettiva psicoanalitica, si può comprendere come l’obesità non sia solo una questione di eccesso di cibo, ma una manifestazione di conflitti emotivi profondi e difficoltà relazionali, che si intrecciano con la storia del singolo individuo.

L’obesità come fenomeno psicologico

L’obesità, pur non essendo una patologia psichica riconosciuta dai principali sistemi diagnostici internazionali (DSM-5 e ICD-11) costituisce sicuramente un fenomeno attuale di estremo interesse proprio in considerazione della sua espansione e gravità.

Differentemente da quello che il pensiero comune crede, in più del 60% dei casi si tratta di obesità psicogena. Essa non è dovuta a patologie organiche, metaboliche, genetiche (rarissime!) né è causata da scorrette abitudini alimentari, bensì è connessa ad un uso ammalato del cibo da parte dell’individuo per fronteggiare un disagio emotivo. Più frequentemente difficoltà relazionali, traumi emotivi e problematiche legate alla separazione affettiva.

In molti casi, l’eccessivo consumo di cibo rappresenta una forma di compensazione per un bisogno affettivo insoddisfatto, dove il cibo diventa un oggetto sostitutivo di altro. Tale aspetto è cruciale nella clinica dei disturbi alimentari, compresa l’obesità. Infatti, in una prospettiva psicoanalitica, i disturbi alimentari non vengono interpretati come malattie dell’appetito, ma come malattie d’amore: il paziente non soffre per la carenza di cibo, ma per l'assenza di una risposta d’amore da parte dell'altro, rispetto al suo desiderio di essere amato e riconosciuto.

La psicoanalisi ha individuato in questo meccanismo una dinamica inconscia che spinge l’individuo a riempire il vuoto emotivo con l’assimilazione del cibo, proprio come in altre forme di dipendenza, come quella da sostanze o dal gioco d’azzardo. Il cibo dunque in questo contesto, non soddisfa solo un bisogno fisiologico, ma assume una valenza simbolica.

Obesità e separazione: il ruolo dell’oggetto

Uno degli aspetti centrali nella psicoanalisi dell’obesità è la difficoltà di separarsi dall’altro. L’infanzia, periodo cruciale per la formazione dell’immagine corporea e dell’identità, gioca un ruolo fondamentale in questo processo. Secondo la teoria psicoanalitica, il neonato si nutre non solo di cibo, ma anche di affetto, cure, contatto, sguardi, riconoscimento e amore materno, che diventano essenziali per il suo sviluppo psicologico.

Nel processo di crescita, il bambino deve affrontare il passaggio dalla totale dipendenza dalla madre alla costruzione di un'identità separata e autonoma. Per comprendere meglio il passaggio che il bambino deve affrontare e da quale condizione di dipendenza totale deve affrancarsi, consideriamo che Winnicott osservava: “il neonato è qualcosa che non esiste (da solo)” per farci capire che ciò che esiste non è un soggetto singolo ma è la coppia madre-neonato.

Quando questa dimensione affettiva è alterata, la separazione affettiva sarà insufficiente o traumatica e il soggetto potrà sviluppare una relazione disfunzionale con il cibo, che diventa il principale mezzo per affrontare la solitudine o l’abbandono emotivo. Un oggetto sostituivo e di sicurezza.

Ecco che il cibo diviene un mezzo per esprime e apparentemente affrontare un disagio che è altro. Questo processo di "assimilazione" del cibo è, in un certo senso, un tentativo di non affrontare la perdita e il dolore associato alla separazione. Il paziente obeso sembra cercare costantemente nell’oggetto (cibo) la traccia dell’oggetto perduto (l’amore della madre) a seguito della difettosa separazione. Greenberg interpreta l’atto di incorporazione ripetuta e continua del cibo come meccanismo inconscio di negazione della perdita dell’oggetto.

Le teorie di Winnicott e Freud sono cruciali per comprendere come la separazione e la costruzione dell’identità siano al centro di molte patologie, tra cui l’obesità. Winnicott sottolineava l’importanza di una madre sufficientemente buona, capace di offrire un amore che non sia totalizzante, ma che consenta al bambino di sperimentare la separazione e la frustrazione. Quando questo processo di separazione non si realizza correttamente, il bambino sviluppa un attaccamento patologico a oggetti esterni, come il cibo, per sopperire alla mancanza di un riconoscimento affettivo autentico.

La relazione tra corpo e psiche nell’obesità

Dal punto di vista psicoanalitico, il corpo gioca un ruolo fondamentale nell’obesità. Il corpo dell’obeso, spesso eccessivamente appesantito, diventa un "corpo-corazza" che difende il soggetto: il corpo diventa un muro tra il soggetto e il mondo esterno, un modo per evitare il contatto con il dolore di un rifiuto. Questa corazza, che può essere vista come una difesa narcisistica, impedisce al soggetto di entrare in una relazione sana con il proprio corpo, ma anche con gli altri. Il corpo diventa un muro tra il soggetto e il mondo esterno, un modo per evitare il contatto con il dolore di un rifiuto. Il corpo-corazza infatti scherma anche dall’avere a che fare con la propria e altrui sessualità.

Un altro aspetto interessante è che, a differenza di altre patologie alimentari come l’anoressia, che si caratterizzano per un rifiuto superegoico del cibo, l’obesità si manifesta come un eccessivo consumo, un abbandono alla pulsionalità. Questo è solo uno degli aspetti che ci permette di vedere come tutta la clinica psicoanalitica dell’obesità sia caratterizzata da punti di continuità e discontinuità rispetto alla clinica dell’anoressia e bulimia.

Se l’obeso vuole riempire ogni vuoto, l’anoressica vuole svuotare ogni pieno: l’anoressica nega la separazione/la perdita attraverso il rifiuto dell’oggetto; l’obeso nega la perdita attraverso la sua assimilazione continua. Entrambi non sono felici del proprio corpo, l’anoressica si sente sempre troppo grassa pur essendo magra; l’obeso si sente troppo affamato pur essendo sazio. Entrambi chiedono di essere visti al di là del proprio corpo.

Il trattamento psicoanalitico dell’obesità

Spesso per il soggetto che soffre di obesità è difficile riconoscere che il proprio comportamento alimentare è un sintomo derivante da un conflitto psichico, bensì lo percepisce come una parte naturale della sua vita quotidiana. La difficoltà nell’aiutare un paziente in stato di obesità risiede proprio nella sua "egosintonia": ovvero nella mancanza di conflitto. Infatti, in quanto modalità sintomatica è di fatto una posizione che non disturba l’Io del paziente. Tuttalpiù si riesce a chiedere aiuto con lo scopo di aderire al piano nutrizionale: «devo perdere peso per il mio bene».

Lo psicoterapeuta non deve colludere ma deve intercettare la reale (sottostante) domanda del paziente, ovvero: aiutami a dimagrire così sarò come tu mi vuoi e mi amerai. Questo fa si che il paziente resti inchiodato al desiderio dell’altro senza mai riuscire a separarsi e individualizzarsi. Dunque, per poter avviare un cambiamento trasformativo, come per gli altri disturbi alimentari, lo psicoterapeuta deve aiutare il paziente a superare il bisogno superegoico di “dover dimagrire”.

Questo richiede anche un lavoro sulla percezione del corpo, che deve essere integrato nella dialettica terapeutica, permettendo al paziente di prendere consapevolezza del proprio corpo come un’entità separata dal desiderio di approvazione e dall’affetto degli altri. Paradossalmente questi imponenti corpi non vengono nominati né pensati in maniera “affettiva e relazionale”, ma solo in termini di grammi, glicemia, esami del sangue, pressione arteriosa eccetera… Il corpo deve divenire simbolicamente investito.

Conclusione

L’obesità, pur essendo una condizione legata a fattori fisici e nutrizionali, deve essere considerata anche come una manifestazione psicologica, che riflette conflitti interiori e difficoltà relazionali. La psicoanalisi offre una prospettiva utile per comprendere i legami tra il cibo, il corpo e l’identità, aiutando i pazienti a superare il ciclo di dipendenza affettiva dal cibo e a intraprendere un percorso di separazione-individuazione salutare.

Solo così l’obesità può essere affrontata in modo completo, riconoscendo la sua complessità e offrendo trattamenti che vanno oltre la mera regolazione alimentare, per arrivare a una vera e propria guarigione psicologica.

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Dr.ssa Berenice Merlini - Centro Clinico SPP Milano dell'età adulta